SANREMO: MORGAN (MARCO CASTOLDI) CI SARA’ O NON CI SARA’? VI FREGA?
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Non nego che il musicista (non si può direche sia un affermato cantante) abbia, nei trascorsi due XFactor sia riuscito a render una consistente parte del pubblico, davanti e dietro gli schermi delle tv, più curiosa e atttenta alle sue elucubrazioni teoriche-psicodrammatiche-scientifico biografiche circa la conoscenza della capacità della musica di aggregare chiunque in qualunque parte del mondo, sia riuscito ad affascinarmi.
Ma ora che si è scoperto (autodenunciandosi) che la nevrosi che accompagnava ogni suo dibattito, fosse (si pensa) dipendente dalla cocaina, che si sa fa anche “straparlare”.Ora le ultime news ci danno due opzioni: secondo la Clerici (splendido sogno del maschio italiano in cerca di mamma tuttofare) “Morgan ci sarà” come non si sa ma… Secondo la RAI: “Morgan, statene certi, non ci sarà”.Datemi anche la vostra opinione, con una semplice risposta al quesito:“VORRESTE VOI PRESENTE MORGAN A SANREMO: SI’ o NO?”
Dieci dischi per sopravvivere a Sanremo
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Un «piccolo prontuario di resistenza musicale» per «sopravvivere» al Festival di Sanremo.
È quanto pubblica l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, consigliando dieci dischi altrettante «pietre miliari» della storia del rock – con i quali resistere alla «marea crescente di canzoni festivaliere».
«Una marea che si preannuncia particolarmente perniciosa – ma siamo pronti a ricrederci – per la presenza di principi e allenatori di calcio», ironizza il giornale vaticano.
L’Osservatore Romano consiglia quindi una vera `top ten´ dell’empireo pop-rock, «i classici dieci dischi – dice – da portare su un’isola deserta»:
‘ Revolver´ dei Beatles (1966),
`If I could only remember my name´ di David Crosby (1971),
`The dark side of the moon´ dei Pink Floyd (1973),
`Rumours´ dei Fleetwood Mac (1977),
`The Nightfly´ di Donald Fagen (1982),
`Thriller´ di Michael Jackson (1982),
`Graceland´ di Paul Simon (1986),
`Achtung baby´ degli U2 (1991),
`What’s the story, morning glory?´ degli Oasis (1995),
`Supernatural´ di Carlos Santana (1999).
Siete d’accordo? oppure proponete voi una top-ten o solo singoli che portereste con voi lontano dai rumors sulla presentatrice e la presunta qualità melodica delle canzoni che verranno presentate sul palco di Sanremo.
Chi vuole una storia?
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Chi è che vuole una storia?
Sono quelli che non vorrebbero mai una storia. Perchè la storia gira attorno a chi non vuole storie, e se l’amore è una storia che storia sarebbe senza fare l’amore?
Devo mandarle dei fiori.
Pronunciare il suo nome, tra le orecchie e il collo con le labbra aderenti e quasi tremanti in quell’incavo odoroso e afrodisiaco, è come ripetere quasi ossessivamente il suo nome, storpiato, mutilato, non intero e musicale, ma marziale e sincopato: no! Non lo posso svelare, e non basterebbero i fiori, a centinaia, a ricoprirla, quando la incontrerò, e libererà la fragranza del’intricato paradiso umido e ombroso, e non so delle sue sopracciglie di strega o d’angelo, e non so ancora dei suoi fianchi e dei suoi seni, della sua camminata non so, e dei suoi occhi e delle accoglienti labbra, ancora non so.
Non c’è donna che non renda un uomo confuso, docile, effervescente, ammansito, esaltato, fragile, felice quando lo ha portato all’innamoramento e quando poi ti propone l’attesa, la dominazione del desiderio, tu non sai se attraversare il gelido fiume che spegne l’ardore oppure saltare nel fuoco per lei e continuare a sognarla indolente, continuare a contorcersi nuda e sapiente attorno a me, in cerca di una silenziosa armonica musicalità come le lunghe frange di un macramé mosse dal vento.
Lo so, noi due sappiamo che la giostra del piacere sta girando quasi senza sosta scambiandoci eccitazioni e sussurri, e ci rincorriamo, lasciando che sia l’attesa a far crescere ciò di cui vogliamo: essere soggetto e oggetto estremo del nostro piacere, e di ogni cosa goderne appieno: del cibo, del vino, della nudità e della pelle.
Sono bello, anzi bellissimo!
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Sono solo tornato per rifare le valigie e far prendere aria al miniappartamento, poi me ne torno al sole di Zanzibar con tutti quei pirati che nemmeno mi pensano tanto sono bello, anzi bellissimo, cioè abbronzatissimo con la tartaruga addominale in piena forma.
Ho trovato anche un messaggio nella segreteria del cellulare che ho lasciato incustodito sul lavandino vicino alla saponetta Cadum: bla bla bla bla bla…
Anch’io lascio un messaggio audiovisivo esplicito, a chi se ne fa carico lo dedico, a chi s’innervosisce vuol dire che non capisce e a …chissenefrega…
Buon ascolto
A.
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Da dove cominciare?
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Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!
Woody Allen (via flatguy)
Un mondo migliore?
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E’ qualche notte che non solo sono afferrato dal timore che salendo la luce del giorno, si annunci un nuovo giorno spaccato, diviso, tra altre battaglie, accadimenti incredibili, madri colpite, figli scomparsi, violenze urbane, dove si inneggia a deità supreme, ognuno il migliore, il più saggio, il più giusto armano le mani di maldestramente indottrinati o superficialmente insensibili al disastro che ci sta attorno, anatemi cattolici, inneggiamenti alla sacralità familiare e il disprezzo per le forme d’amore altrui, ma non basta, ci sono pure cose che ci fanno sorridere oppure pensare al piccolo mondo degli sfruttatori della bellezza e intanto la politica e i suoi santoni vivono “trenta metri sopra il cielo” dell’operaio, del ricercatore, della famiglia: si calcola in milioni di adepti l’indotto attorno ai guru democratici e libertari gonfi di quell’astrattismo verbale che ormai ci ha annichilito e schiacciato, e poi il quotidiano incredibile inverosimile eppure tragicamente impensabile martirio di un figlio da una madre che lo rifiuta, il paese (forse) degli orrori della pedofilia, la mercificazione del piacere ai più alti livelli dei governanti, l’esibizione ostentata dell’incorruttibile bellezza, mai dell’animo e sempre più del posticcio, dove imperversano i dibattiti televisivi, tanto amati dal ruffiano cortigiano Vespa e dai successori dinastici di Costanzo.
Il mondo è cambiato, dobbiamo anche noi, cambiare, e non solo con la tecnologia applicata alla tv.
Si riesce persino quasi, a non aver paura tra le mura domestiche, violate la notte da “banditi” e ogni giorno tutto è diventato normale.
Nell’attimo che attendo per alzarmi, tutto è residuo del pensiero, risucchiato in un gorgo vorticoso e ondeggiante e l’unica cosa che desidero è quella di svegliarmi in un mondo migliore.
Preghiera
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due cose, Signore, ti chiedo: una casa piena di libri e un giardino colmo di fiori.
(N.d. reblogger) : e un consistente conto in banca tipo Briatore, noo?
Confucio (via unanuvola)
A X-Factor, Marco è strepitoso nell’omaggio, con “Il nostro concerto” a Umberto Bindi
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Risentire dopo tanto tempo questo indimenticabile pezzo del ‘60, scritto dal mio concittaddino Umberto Bindi che ho anche avuto la fortuna di conoscere), e prima che Marco Mengoni (il concorrente enormemente più talentuoso di X-Factor), arrivasse all’ultima nota ho preso a piangere. Bindi è stato un musicista incredibilmente virtuoso e produttivo e, per il suo outing di omosessuale, fu emarginato professionalmente e non solo. Muore il 24 maggio 2002.
Da vita a quasi 500 brani tra cui Arrivederci (1959), alla toccante Il nostro concerto (1960), in cui mette a frutto i suoi studi in una magnifica introduzione strumentale lunga più di 70 secondi, alla splendida Vento di mare, piena del mare della Liguria, e a Non mi dire chi sei (Festival di Sanremo 1961). Con l’amico Gino Paoli scrive Il mio mondo, Un ricordo d’amore e L’amore è come un bimbo. Con Franco Califano e Nisa scrive La musica è finita (1967) per Ornella Vanoni, e quindi Per vivere (1968) per Iva Zanicchi.
Esercizio #2 – (L’angolo)
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L’alba mi stava rincorrendo, come sempre, mentre rientravo, incerto, verso casa.
La strada lucida svoltava, e mi prendeva la stessa fastidiosa sensazione nello svoltare quell’angolo scoperto, eppure c’ero abituato, solo topi e gatti, a volte.
Ho passato la sera e la notte, al giornale aspettando le “ultime” per la ribattuta delle tre, quell’edizione riveduta che finiva nelle edicole cittadine. Il portacenere a fianco del videoterminale era colmo. La prima edizione aspettava di essere di nuovo riattestata, ma non ne avevo voglia, aspettavo che il capo-redattore di turno mi desse il via, tanto non succedeva mai niente, tranne il solito “varesotto” che cercava nelle buie, e ormai non più pittoresche vie del porto, di spendersi le centomila a puttane, e regolarmente “lisciato” del portafoglio, convinto che le nigeriame di viale Monza fossero peggio di quelle di via Gramsci. No, io volevo, per una volta tornare a casa più tardi, in mattinata, senza pioggia e spazzini, forni e briosche, ma dopo essere corso al telefono: “Sono Vito, dalla questura, dottore…”, “Dai dimmi, che c’è stato?”,
“Dottore non le posso dire, venga, ci vediamo sul portone, questa volta avrà da fare stanotte, venga”, “Non l’hai detto a nessuno, solo io Vito?”, “Dottore, se vuole… se non le interessa chiamo Perdomi del Lavoro Nuovo, okei”, “No, dai, arrivo, due minuti, arrivo”…
Alla svelta m’infilai il soprabito scuro avendo a malapena il tempo di spegnere il computer. Giù di fretta arrivo in strada, ansimando. Non ho mai capito perchè “sulla mezza costa della notte”, i gradini diventano sempre più alti e le sigarette sempre più corte. Il vecchio tenente Pasquini direbbe che come al solito penso troppo, ma in fondo ognuno fa il suo mestiere.
Ad un tratto arrestai il mio passo. “Dottore” . Come “dottore”? Vito non mi aveva mai chiamato in quel modo. Un omuncolo buffo, semplice, di media estrazione. Decisamente non un galantuomo. Quante volte lo avevo visto ad ore impensabili in locali di fama certa… talmente palese da non lasciare nemmeno più il beneficio della cosiddetta “dubbia reputazione”. Seduto sempre come se l’avessero buttato nel posto in cui stava. Un uomo decisamente non conforme allo standard del sistema. Eppure un uomo particolare. Saldo a pochi principi, ai quali non sarebbe mai venuto meno. Se c’era un cosa che sapevo sul suo conto, era l’odio intrinseco verso le apposizioni. Quante volte l’avevo sentito mancare di riguardo, all’ingegnere tizio od all’avvocato tale che gli si erano parati di fronte… Vito non avrebbe mai chiamato nessuno “dottore”. Affrettai nuovamente il mio passo. Il portone di Vito si trovava proprio dietro l’angolo.
La mercificazione del dolore non mi appartiene, io appartengo a quella parte di gente che se ne frega del male, del dolore altrui, della sofferenza, che di fronte al morto ammazzato grondo a braccia spalancate che invoca la pietà dalla moglie che urla trattenuta da mani mai completamente sincere, io me ne sbatto, la vera trinità per me è il piacere, godere, pubblicare, sì, sbattere in cronaca la peggior storia immaginabile.
Girai l’angolo e rabbrividendo feci alcuni passi più veloci come per lasciare il punto pericoloso, e entrai nel portone. Bam, ehi! Mani in avanti mi evitano di affondare la faccia in un giaccone bagnato, di che cosa, di che cosa, rialzati, presto, chi dorme qui, no non dorme, blocca il portone d’alluminio, un passo, due indietro, fazzoletto, mani, accendino.
Non vedo il viso, mi avvicino e lo illumino, oddio è un macello, a mazzate in faccia, non è Vito, avevo ragione, ma chi cazzo è?
Il cellulare non l’ho mai voluto, con tutte le cabine che ci sono, e poi la mia donna non mi deve cercare, so io quando andare da lei.
Ma in quell’istante l’avrei voluto. Ero solo in un portone imbrattato di sangue, io e il portone, non potevo risvoltare l’angolo e urlare a qualcuno, alla polizia, se passasse, che qui c’era un morto sfigurato e io che ci facevo lì? Alle tre.
Calma… calma. Dovevo ragionare. So essere freddo ed implacabile. Con mente clinica radunai laconicamente le idee. “Stronzo, non so chi tu sia, ma mi hai messo in un bel casino”. Esaminai l’uomo, frugando caparbiamente nelle tasche del giubbotto, nel maglione zuppo e sporco, nei pantaloni. Nessun riconoscimento. Questo era a suo modo un indizio. Non era una semplice aggressione. Questo mi appariva palese. Potevo scappare… lasciare questa brutta situazione alle spalle, ma un odore fin troppo familiare di inchiostro e sigarette, nella mia mente mi riportava già ai titoloni ed alle inchieste. Come potevo saperne di più?
Un corpo. Vestiti. Un cadavere. Segni di violenza. Sangue. Nessun documento. Qualcuno mi aveva chiamato. Potevo forse rintracciare l’ora esatta e da dove? Forse esisteva un legame. Altrimenti soltanto una via poteva riportarmi verso la superficie. Troppo pericolosa forse. Scrivere. Una telefonatata anonima. Scrivere un articolo enigmatico nel quale lasciar trasparire di saperne abbastanza. E aspettare. Con una sigaretta, ancora.
Ormai non era più questione di tempo, nessuna possibilità di rintracciare l’informazione “infame” che mi aveva attirato in questo guaio, bel casino.
Ma devo rigirarmici dentro e così cominciai ad allontanarmi dall’androne buio e umido del sangue del morto. Uscii a passi veloci dal portone e strisciai lungo il muro verso la strada ormai non più rumorosa di un cimitero di campagna. Non vidi nessuno ma sentii la presenza vicino a me: tremo d’adrenalina che mi scarica dentro la tensione, l’attenzione, la voglia d’avere un’arma, per rassicurarmi; “dove sei? ti sento, sei vicino, l’angolo l’ho svoltato, lo volevi, no?”.
Ombre, due, ai lati del vicolo buio prima della via illuminata, ma irriconoscibili mi tenevano d’occhio, uno alto, “pesante”, forse con una mazza da baseball o un radello, l’altro, quasi nascosto da un bidone stracolmo sembrava un gatto pronto, piegato sulle gambe a saltarmi addosso a mani nude o con un coltello, ma non ho visto luccicare la lama, ma è grosso, robusto, il tipo che non esita a fracassarti le costole e il setto nasale e il fegato e tutto quanto gli opponevi.
“Ehi voi, chi cercate, chi siete, adesso arriva la polizia, è stata avvisata, c’è un morto e io non ne so niente. Chi mi ha telefonato di voi stanotte? Adesso arriva una squadra di cronisti, non c’è niente da vedere, e io me ne vado, ok?” e via mi misi a correre dalla parte opposta, SCIAK SCIAK, cazzo questa e una pistola, corri ‘cazzo, SCIAK SCIAK vicino ai miei piedi, nel muro e loro sempre dietro, ‘cazzo corre il “pesante”, è il “gatto” che spara, corri, sei senza fiato, li hai addosso…
La realtà mi spingeva verso un’ansa delle strade buie dietro la “corte”, mi blocco di colpo, altri due, come altri due? Chi sono, madonna, due alle spalle che sparano e corrono e due di fronte, fermi, controluce, armati di un coltello enorme, uno, l’altro di un fucile “a pompa” con una canna che mi guardava nera, pronta a sputare tutti i suoi pallettoni in faccia, a me.
Gli altri ci raggiungono e si appostano ai lati dietro la mia schiena, il “gatto” sempre nella sua posizione d’attacco, il “pesante” anche lui lì, enorme, pronto a menare. E io che odio ogni angolo, ogni svolta, mi trovo nel mezzo dei “quattro cantoni”, un gioco che non mi è mai piaciuto, specie ora. Ruoto intorno a me stesso per tenerli d’occhio, loro mi guardano puntandomi, avanzando lentamente ma inesorabilmente, armati, verso di me, non posso far niente se non rannicchiarmi e prepararmi ad assorbire le botte, dove colpirà la mazza, quando mi sparerà col “12″ pieno di piombo e il coltello dove affonderà, poi il “gatto” mi darà il colpo di grazia alla nuca. Dio, non ti ho mai invocato, ma aiutami, ero solo in cerca di notizie, il morto nel portone che ci faceva, era meglio restare in redazione. AIUTO!
“Cristiano, Cristiano, CRISTIANO”
“Bum, bum, …iano, …IANO” No, non ancora, ahia, la testa, non sento più niente, la testa mi bussa dentro, no, ahia, no, lasciatemi, sono un giornalista, che volete, no, dai! No”.
“CRISTIANO FRANCIOSI, ‘cazzo, ti svegli o no?”
Chi si deve svegliare, chi, io?
“Cristiano Franciosi, minchione, lo sai o no che sono le cinque e mezza di mattina e il giornale è chiuso, che cazzo ci fai qui, in redazione? Hai bevuto? Ti sei fatto un cannone? Ehi, sono io, Pietro il portiere di guardia. Pietro De Lucchi, hai presente. Credevo non ci fosse più nessuno e stavo per chiuderti dentro, dai andiamo, su. Cristiano! Sveglia.”.
Una fatica incredibile per tirare giù le gambe dalla scrivania, la testa distante dalle spalle, come mozzata e autonoma, le spalle dolenti e le braccia addormentate, la bocca aperta e gli occhi sgranati a guardare in alto sopra e di fronte a me Pietro, Pietro chi, il portiere, ah, già. Non sono ferito, non sono morto, non sono nella piazzetta al buio con i quattro assassini, dove è il morto, come mai sono qui, e la telefonata, Vito, il portone. Ho sognato. Ho sognato, cazzo sono vivo, sono vivo, dormivo, solamente. Sì arrivo Pietro, arrivo, andiamo, andiamo.
“Ok, adesso andiamo, veramente, è tardi Cristiano, andiamo, così spengo le luci”.
Scendo le scale con Pietro, e sorrido, non volevo veramente una storia così, mi bastava un piccolo scoop, una storia di droga, una rapina in casa di un gioielliere, una cattura d’un trafficante di “schiave”. Meno male che dormivo, non è successo niente, meglio così, sarà per un’altra volta, però che “caga”!
“Pietro, non ricordo dove ho lasciato l’auto, l’hai vista?”.
“Si dottore. E’ dietro l’angolo, in vico del Corallo. Stia attento sembra sia saltata l’illuminazione, c’è un buio cane. Occhio quando gira l’ANGOLO potrebbe inciampare. Vuole che l’accompagno con la pila?”
“No. Grazie Pietro, grazie. Mi chiami un taxi!”
(Short Pulp Story. Elaborato mentre pioveva, oh, se pioveva)
Esercizio: #1 – “La profuga”
Pubblicato da Sandro
Come al solito, la notte prima dell’arrivo della “profuga” non dormo niente, il sonno non è mai regolare, mi rigiro e arrivo all’ora di alzarmi prima che suoni la sveglia.
Tre anni è durata sta storia (i tre anni delle medie) e ricordo che mia madre, già bella e pronta, alle 6 e mezzo, neanche avesse un appuntamento galante, toccarmi lievemente sulla fronte sorridendo mentre io gioco ogni volta a farle credere sia una mosca il fastidioso “ditino” che mi sfiora. “Lory, facciamo presto, io sono già pronta, dobbiamo andare a prendere Tanja, arriva stamattina, dai”. Amici, signori della Corte, giurati, assolvetemi se dovessi ucciderla, ma non la sopporto più”.
Mia mamma? ma no! Tanja. Mia mamma, l’essere più dolce più vicino ad un extraterrestre per via dell’inviolabile ottimismo e sorriso che non l’abbandonava mai. No Tanja, vorrei uccidere. Tutti gli anni, tre per la verità, soli, emmenomale, il 20 luglio (circa) e fino al 30 agosto (circa) arrivava con i suoi calzerotti bianchi, le scarpine (incredibile come le durassero) di vernice rossa, quest’anno un paio di “gins” Carrera (ma chi li ha più visti, dal 90) che non scoloriscono nemmeno con la spazzola di ferro, la camicietta bianca con le maniche a sbuffo, insomma povera “crista” come dice mamma, gliele avevamo comprate noi tutte ste belle cose e ora gliele ritroviamo addosso un po’ più corti, un po’ più stretta, la camicietta.
Avete capito a cosa mi riferisco, mia madre devota di una congrega di non so bene che confessione ogni anno offre le vacanze a una ragazzina ucraina, e ogni anno questa “bestia” mi diventa sempre più bionda (la odio), più alta (le spezzerei le gambe a martellate) e con le tette più “evidenti” di tutte le mie amiche e me messe insieme.
E ha solo 14 anni!
E così ce ne torniamo a casa, con la sua timidezza, le sue nuove parole in italiano (a me non frega niente di imparare tre parole di ucraino, giusto “da, niet e dobre” (bene), lei invece attacca con: “Come stai Lory”, “Questo anno il sole è caldo”, “Finita la scuola?”.
Il mio letto, per quaranta giorni è “suo” maledetta, a me il divanetto due posti di orsetto (è del ‘70, quando si sono sposati ma e pa), ribaltabile e scomodissimo, ho già rischiato di venirne risucchiata e se tutti fossero fuori, chi mi salverebbe?
No, ho deciso, quest’anno forse se riesco a portarla al mare l’affogo. Lo voglio gridare: sto per “uscire” con Matteo, una madonna di bestia che vuole tenermi fuori una sera un po’ di più, se ci riesce, perchè, me lo ha detto: vuole baciarmi e sta “profuga” tra le balle non ce la voglio. Non ce la voglio. Mamma, non ce la voglio.
Avete capito che 40 giorni sono lunghi da passare, e l’unico vantaggio (e che vantaggio…) in spiaggia, avevamo più ragazzi attorno che al baretto quando c’era la finale di calcio sul satellite. Partite a King, penitenze, leccate multiple sui coni gelato, sempre dove aveva passato la lingua “lei”, e io che continuavo ad offrire il mio in giro, Matteo non si vedeva più e a volte non si vedeva nemmeno “lei”, poi comparivano uno da destra e l’altra da sinistra, fortunatamente non insieme ci avrei patito tanto!
Mamma piange, come se le avessero trifolato il criceto, papà non prende mai le ferie in questo periodo, o forse non gliele danno, fatto sta che lui sta “soviet” non la vede se non quando mangia (quanto mangia), quando arriva e quando parte, giusto per i “vicini”.
Mamma piange, le tiene la borsa piena di “mie magliette, miei gins, mie scarpe”, mie un mucchio di cose che a lei non entreranno mai: “Tanja, bambina mia questa è tutta per Sonja, eh, tua sorellina, mi raccomando poi verrà anche lei l’altr’anno? vero? dillo ai tuoi genitori che noi vi vogliamo con noi, vero Lory? eh Lory, avrai due amiche, dai un bacino a Tanja, vi siete divertite?” praticamente le ho sfiorato la guancia e lei ha borbottato qualcosa in quella cavolo di lingua, sono sicura che mi a mandato a quel paese.
(breve racconto scaturito dallo skazzo generale, forse un ramo sfuggito della “maiala” )
Tutti comunisti, e tutti contro di me!
Pubblicato da Sandro
L’intervento ieri sera a Ballarò, quasi a sopresa, del Premier sa molto di regime.
Il disperato “basta, basta, basta…” di Rosy Bindi, secondo me, è stato meglio di qualsiasi risposta di merito.
Basta, basta, basta: siamo tutti ostaggio di quest’uomo e delle sue paranoie, di comunisti che esistono solo nella sua dispercezione patologica del mondo esterno a sé, dei suoi rovesciamenti di rabbia che diventano rovesciamenti del reale, per cui se uno va in giro comprando giudici e testimoni il problema non è lui ma chi l’ha scoperto.
Basta, basta, basta non è una cosa di sinistra né di destra, perché questo governo non è né di destra né di sinistra, è un’accozzaglia di liberismo e statalismo, precarietà e posti fissi, amicizie con dittatori ed ex spie del Kgb, affari privati e dossieraggi pubblici, nulla che abbia a che vedere né con la destra né con la sinistra.
Basta, basta basta è lo stanco buon senso di chi vorrebbe una democrazia normale, senza autocrati miliardari, con una destra e una sinistra normali che possano serenamente litigare e conquistare il consenso in modo normale e sulle cose normali di un paese normale.
gentilmente trafugato da: L’Espresso Blog. Piovono rane. (vedi il video Ballarò)
Macché ce frega macché c’emporta…
Pubblicato da Sandro
se al presidente ce piace er cazzo, e noi ie dimo e noi ie famo, ce piace a tutti e o famo strano!
E in tempo di “Primarie” e di prossime elezioni regionali – con il caso Marrazzo - ecco che esplode il puritanesimo di un paese che è noto alle cronache mondiali come patria di Latin Lovers e di specializzazioni in masters per “cornutare” i mariti di donne bellissime e quell’agnosticismo che è l’esatto contrario di una civiltà religiosa millenaria, cristiana, cattolica che ci mostra le famiglie della domenica mattina per mano mentre si avviano alla funzione religiosa.
Questa stessa gente che si scandalizza delle voglie di tutti noi – perché non contiamocela – a tutti frulla di tanto in tanto, con occhiali scuri – di intrattenersi con poppute dolci signore/i che surrogano i cattivi pensieri che vorremmo coinvolgere mogli troppo impegnate a spendere le rette faraoniche di parlamentari eletti dal popolo e onorevoli in trasferte europee.
E ci viene da pensare che sia tutto organizzato: pare che il fatto sia collocato verso la fine di luglio ma esploso proprio in questi giorni di primarie pronte a rilanciare l’ex Sinistra con la voglia di ricompattarsi dopo i pugni nelle reni del Presidente del Consiglio che più furbo di cento volpi alle prese con grappoli d’uva, almeno si portava per sollazzare il suo “regale augello” bionde e brune che non potevano far altro che esibire ciondoli sbirluccicanti e interviste fumose quanto improbabili canne miorilassanti.
Povero Marrazzo, già preceduto dalla curiosità di Sircana, povero! Ma che gli è venuto in mente? Forse che quel segreto che sta occultato tra cosce pelose non lo conoscesse o forse voleva, con un gioco di prestigio, et voilà, eccovi la Destra servita: a loro sì che piace la figa, a costo di finire in coda in attesa che passi il Lodo Alfano, ma, mioddio, col trans NO!
p.s.: non c’entra niente, ma, sono tifoso della Sampdoria (alé alé) e vorrei assicurazioni da Fantantonio: “Hai avuto 700 donne, sicuro che nel mezzo…? Non mi deludere almeno tu!
La vita, quella cosa meravigliosa
Pubblicato da Sandro
Newborn baby gibbon held by its mother in Vienna’s Schoenbrunn Zoo
La meritocrazia? Il nostro governo l’esempio.
Pubblicato da Sandro
Nel mese di marzo dell’anno 2000 una signora, presidente del consiglio comunale del Comune di Desenzano sul Garda per Forza Italia, fu espulsa dal consiglio, su mozione del suo partito, con la seguente motivazione[Delibera del consiglio comunale n. 33 del 31/03/2000]:
*”manifesta incapacità ed improduttività politica ed organizzativa“. *
Questo consigliere comunale si chiamava Maria Stella Gelmini
attuale Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica.
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Una Stella incapace e improduttiva di nome Gelmini e pure Maria | Reset Italia (via addictions) (via kerosenectute) (via emmanuelnegro)




