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Chi vuole una storia?
Pubblicato da Sandro
Chi è che vuole una storia?
Sono quelli che non vorrebbero mai una storia. Perchè la storia gira attorno a chi non vuole storie, e se l’amore è una storia che storia sarebbe senza fare l’amore?
Devo mandarle dei fiori.
Pronunciare il suo nome, tra le orecchie e il collo con le labbra aderenti e quasi tremanti in quell’incavo odoroso e afrodisiaco, è come ripetere quasi ossessivamente il suo nome, storpiato, mutilato, non intero e musicale, ma marziale e sincopato: no! Non lo posso svelare, e non basterebbero i fiori, a centinaia, a ricoprirla, quando la incontrerò, e libererà la fragranza del’intricato paradiso umido e ombroso, e non so delle sue sopracciglie di strega o d’angelo, e non so ancora dei suoi fianchi e dei suoi seni, della sua camminata non so, e dei suoi occhi e delle accoglienti labbra, ancora non so.
Non c’è donna che non renda un uomo confuso, docile, effervescente, ammansito, esaltato, fragile, felice quando lo ha portato all’innamoramento e quando poi ti propone l’attesa, la dominazione del desiderio, tu non sai se attraversare il gelido fiume che spegne l’ardore oppure saltare nel fuoco per lei e continuare a sognarla indolente, continuare a contorcersi nuda e sapiente attorno a me, in cerca di una silenziosa armonica musicalità come le lunghe frange di un macramé mosse dal vento.
Lo so, noi due sappiamo che la giostra del piacere sta girando quasi senza sosta scambiandoci eccitazioni e sussurri, e ci rincorriamo, lasciando che sia l’attesa a far crescere ciò di cui vogliamo: essere soggetto e oggetto estremo del nostro piacere, e di ogni cosa goderne appieno: del cibo, del vino, della nudità e della pelle.
Da dove cominciare?
Pubblicato da Sandro
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!
Woody Allen (via flatguy)
Esercizio #2 – (L’angolo)
Pubblicato da Sandro
L’alba mi stava rincorrendo, come sempre, mentre rientravo, incerto, verso casa.
La strada lucida svoltava, e mi prendeva la stessa fastidiosa sensazione nello svoltare quell’angolo scoperto, eppure c’ero abituato, solo topi e gatti, a volte.
Ho passato la sera e la notte, al giornale aspettando le “ultime” per la ribattuta delle tre, quell’edizione riveduta che finiva nelle edicole cittadine. Il portacenere a fianco del videoterminale era colmo. La prima edizione aspettava di essere di nuovo riattestata, ma non ne avevo voglia, aspettavo che il capo-redattore di turno mi desse il via, tanto non succedeva mai niente, tranne il solito “varesotto” che cercava nelle buie, e ormai non più pittoresche vie del porto, di spendersi le centomila a puttane, e regolarmente “lisciato” del portafoglio, convinto che le nigeriame di viale Monza fossero peggio di quelle di via Gramsci. No, io volevo, per una volta tornare a casa più tardi, in mattinata, senza pioggia e spazzini, forni e briosche, ma dopo essere corso al telefono: “Sono Vito, dalla questura, dottore…”, “Dai dimmi, che c’è stato?”,
“Dottore non le posso dire, venga, ci vediamo sul portone, questa volta avrà da fare stanotte, venga”, “Non l’hai detto a nessuno, solo io Vito?”, “Dottore, se vuole… se non le interessa chiamo Perdomi del Lavoro Nuovo, okei”, “No, dai, arrivo, due minuti, arrivo”…
Alla svelta m’infilai il soprabito scuro avendo a malapena il tempo di spegnere il computer. Giù di fretta arrivo in strada, ansimando. Non ho mai capito perchè “sulla mezza costa della notte”, i gradini diventano sempre più alti e le sigarette sempre più corte. Il vecchio tenente Pasquini direbbe che come al solito penso troppo, ma in fondo ognuno fa il suo mestiere.
Ad un tratto arrestai il mio passo. “Dottore” . Come “dottore”? Vito non mi aveva mai chiamato in quel modo. Un omuncolo buffo, semplice, di media estrazione. Decisamente non un galantuomo. Quante volte lo avevo visto ad ore impensabili in locali di fama certa… talmente palese da non lasciare nemmeno più il beneficio della cosiddetta “dubbia reputazione”. Seduto sempre come se l’avessero buttato nel posto in cui stava. Un uomo decisamente non conforme allo standard del sistema. Eppure un uomo particolare. Saldo a pochi principi, ai quali non sarebbe mai venuto meno. Se c’era un cosa che sapevo sul suo conto, era l’odio intrinseco verso le apposizioni. Quante volte l’avevo sentito mancare di riguardo, all’ingegnere tizio od all’avvocato tale che gli si erano parati di fronte… Vito non avrebbe mai chiamato nessuno “dottore”. Affrettai nuovamente il mio passo. Il portone di Vito si trovava proprio dietro l’angolo.
La mercificazione del dolore non mi appartiene, io appartengo a quella parte di gente che se ne frega del male, del dolore altrui, della sofferenza, che di fronte al morto ammazzato grondo a braccia spalancate che invoca la pietà dalla moglie che urla trattenuta da mani mai completamente sincere, io me ne sbatto, la vera trinità per me è il piacere, godere, pubblicare, sì, sbattere in cronaca la peggior storia immaginabile.
Girai l’angolo e rabbrividendo feci alcuni passi più veloci come per lasciare il punto pericoloso, e entrai nel portone. Bam, ehi! Mani in avanti mi evitano di affondare la faccia in un giaccone bagnato, di che cosa, di che cosa, rialzati, presto, chi dorme qui, no non dorme, blocca il portone d’alluminio, un passo, due indietro, fazzoletto, mani, accendino.
Non vedo il viso, mi avvicino e lo illumino, oddio è un macello, a mazzate in faccia, non è Vito, avevo ragione, ma chi cazzo è?
Il cellulare non l’ho mai voluto, con tutte le cabine che ci sono, e poi la mia donna non mi deve cercare, so io quando andare da lei.
Ma in quell’istante l’avrei voluto. Ero solo in un portone imbrattato di sangue, io e il portone, non potevo risvoltare l’angolo e urlare a qualcuno, alla polizia, se passasse, che qui c’era un morto sfigurato e io che ci facevo lì? Alle tre.
Calma… calma. Dovevo ragionare. So essere freddo ed implacabile. Con mente clinica radunai laconicamente le idee. “Stronzo, non so chi tu sia, ma mi hai messo in un bel casino”. Esaminai l’uomo, frugando caparbiamente nelle tasche del giubbotto, nel maglione zuppo e sporco, nei pantaloni. Nessun riconoscimento. Questo era a suo modo un indizio. Non era una semplice aggressione. Questo mi appariva palese. Potevo scappare… lasciare questa brutta situazione alle spalle, ma un odore fin troppo familiare di inchiostro e sigarette, nella mia mente mi riportava già ai titoloni ed alle inchieste. Come potevo saperne di più?
Un corpo. Vestiti. Un cadavere. Segni di violenza. Sangue. Nessun documento. Qualcuno mi aveva chiamato. Potevo forse rintracciare l’ora esatta e da dove? Forse esisteva un legame. Altrimenti soltanto una via poteva riportarmi verso la superficie. Troppo pericolosa forse. Scrivere. Una telefonatata anonima. Scrivere un articolo enigmatico nel quale lasciar trasparire di saperne abbastanza. E aspettare. Con una sigaretta, ancora.
Ormai non era più questione di tempo, nessuna possibilità di rintracciare l’informazione “infame” che mi aveva attirato in questo guaio, bel casino.
Ma devo rigirarmici dentro e così cominciai ad allontanarmi dall’androne buio e umido del sangue del morto. Uscii a passi veloci dal portone e strisciai lungo il muro verso la strada ormai non più rumorosa di un cimitero di campagna. Non vidi nessuno ma sentii la presenza vicino a me: tremo d’adrenalina che mi scarica dentro la tensione, l’attenzione, la voglia d’avere un’arma, per rassicurarmi; “dove sei? ti sento, sei vicino, l’angolo l’ho svoltato, lo volevi, no?”.
Ombre, due, ai lati del vicolo buio prima della via illuminata, ma irriconoscibili mi tenevano d’occhio, uno alto, “pesante”, forse con una mazza da baseball o un radello, l’altro, quasi nascosto da un bidone stracolmo sembrava un gatto pronto, piegato sulle gambe a saltarmi addosso a mani nude o con un coltello, ma non ho visto luccicare la lama, ma è grosso, robusto, il tipo che non esita a fracassarti le costole e il setto nasale e il fegato e tutto quanto gli opponevi.
“Ehi voi, chi cercate, chi siete, adesso arriva la polizia, è stata avvisata, c’è un morto e io non ne so niente. Chi mi ha telefonato di voi stanotte? Adesso arriva una squadra di cronisti, non c’è niente da vedere, e io me ne vado, ok?” e via mi misi a correre dalla parte opposta, SCIAK SCIAK, cazzo questa e una pistola, corri ‘cazzo, SCIAK SCIAK vicino ai miei piedi, nel muro e loro sempre dietro, ‘cazzo corre il “pesante”, è il “gatto” che spara, corri, sei senza fiato, li hai addosso…
La realtà mi spingeva verso un’ansa delle strade buie dietro la “corte”, mi blocco di colpo, altri due, come altri due? Chi sono, madonna, due alle spalle che sparano e corrono e due di fronte, fermi, controluce, armati di un coltello enorme, uno, l’altro di un fucile “a pompa” con una canna che mi guardava nera, pronta a sputare tutti i suoi pallettoni in faccia, a me.
Gli altri ci raggiungono e si appostano ai lati dietro la mia schiena, il “gatto” sempre nella sua posizione d’attacco, il “pesante” anche lui lì, enorme, pronto a menare. E io che odio ogni angolo, ogni svolta, mi trovo nel mezzo dei “quattro cantoni”, un gioco che non mi è mai piaciuto, specie ora. Ruoto intorno a me stesso per tenerli d’occhio, loro mi guardano puntandomi, avanzando lentamente ma inesorabilmente, armati, verso di me, non posso far niente se non rannicchiarmi e prepararmi ad assorbire le botte, dove colpirà la mazza, quando mi sparerà col “12″ pieno di piombo e il coltello dove affonderà, poi il “gatto” mi darà il colpo di grazia alla nuca. Dio, non ti ho mai invocato, ma aiutami, ero solo in cerca di notizie, il morto nel portone che ci faceva, era meglio restare in redazione. AIUTO!
“Cristiano, Cristiano, CRISTIANO”
“Bum, bum, …iano, …IANO” No, non ancora, ahia, la testa, non sento più niente, la testa mi bussa dentro, no, ahia, no, lasciatemi, sono un giornalista, che volete, no, dai! No”.
“CRISTIANO FRANCIOSI, ‘cazzo, ti svegli o no?”
Chi si deve svegliare, chi, io?
“Cristiano Franciosi, minchione, lo sai o no che sono le cinque e mezza di mattina e il giornale è chiuso, che cazzo ci fai qui, in redazione? Hai bevuto? Ti sei fatto un cannone? Ehi, sono io, Pietro il portiere di guardia. Pietro De Lucchi, hai presente. Credevo non ci fosse più nessuno e stavo per chiuderti dentro, dai andiamo, su. Cristiano! Sveglia.”.
Una fatica incredibile per tirare giù le gambe dalla scrivania, la testa distante dalle spalle, come mozzata e autonoma, le spalle dolenti e le braccia addormentate, la bocca aperta e gli occhi sgranati a guardare in alto sopra e di fronte a me Pietro, Pietro chi, il portiere, ah, già. Non sono ferito, non sono morto, non sono nella piazzetta al buio con i quattro assassini, dove è il morto, come mai sono qui, e la telefonata, Vito, il portone. Ho sognato. Ho sognato, cazzo sono vivo, sono vivo, dormivo, solamente. Sì arrivo Pietro, arrivo, andiamo, andiamo.
“Ok, adesso andiamo, veramente, è tardi Cristiano, andiamo, così spengo le luci”.
Scendo le scale con Pietro, e sorrido, non volevo veramente una storia così, mi bastava un piccolo scoop, una storia di droga, una rapina in casa di un gioielliere, una cattura d’un trafficante di “schiave”. Meno male che dormivo, non è successo niente, meglio così, sarà per un’altra volta, però che “caga”!
“Pietro, non ricordo dove ho lasciato l’auto, l’hai vista?”.
“Si dottore. E’ dietro l’angolo, in vico del Corallo. Stia attento sembra sia saltata l’illuminazione, c’è un buio cane. Occhio quando gira l’ANGOLO potrebbe inciampare. Vuole che l’accompagno con la pila?”
“No. Grazie Pietro, grazie. Mi chiami un taxi!”
(Short Pulp Story. Elaborato mentre pioveva, oh, se pioveva)
Esercizio: #1 – “La profuga”
Pubblicato da Sandro
Come al solito, la notte prima dell’arrivo della “profuga” non dormo niente, il sonno non è mai regolare, mi rigiro e arrivo all’ora di alzarmi prima che suoni la sveglia.
Tre anni è durata sta storia (i tre anni delle medie) e ricordo che mia madre, già bella e pronta, alle 6 e mezzo, neanche avesse un appuntamento galante, toccarmi lievemente sulla fronte sorridendo mentre io gioco ogni volta a farle credere sia una mosca il fastidioso “ditino” che mi sfiora. “Lory, facciamo presto, io sono già pronta, dobbiamo andare a prendere Tanja, arriva stamattina, dai”. Amici, signori della Corte, giurati, assolvetemi se dovessi ucciderla, ma non la sopporto più”.
Mia mamma? ma no! Tanja. Mia mamma, l’essere più dolce più vicino ad un extraterrestre per via dell’inviolabile ottimismo e sorriso che non l’abbandonava mai. No Tanja, vorrei uccidere. Tutti gli anni, tre per la verità, soli, emmenomale, il 20 luglio (circa) e fino al 30 agosto (circa) arrivava con i suoi calzerotti bianchi, le scarpine (incredibile come le durassero) di vernice rossa, quest’anno un paio di “gins” Carrera (ma chi li ha più visti, dal 90) che non scoloriscono nemmeno con la spazzola di ferro, la camicietta bianca con le maniche a sbuffo, insomma povera “crista” come dice mamma, gliele avevamo comprate noi tutte ste belle cose e ora gliele ritroviamo addosso un po’ più corti, un po’ più stretta, la camicietta.
Avete capito a cosa mi riferisco, mia madre devota di una congrega di non so bene che confessione ogni anno offre le vacanze a una ragazzina ucraina, e ogni anno questa “bestia” mi diventa sempre più bionda (la odio), più alta (le spezzerei le gambe a martellate) e con le tette più “evidenti” di tutte le mie amiche e me messe insieme.
E ha solo 14 anni!
E così ce ne torniamo a casa, con la sua timidezza, le sue nuove parole in italiano (a me non frega niente di imparare tre parole di ucraino, giusto “da, niet e dobre” (bene), lei invece attacca con: “Come stai Lory”, “Questo anno il sole è caldo”, “Finita la scuola?”.
Il mio letto, per quaranta giorni è “suo” maledetta, a me il divanetto due posti di orsetto (è del ‘70, quando si sono sposati ma e pa), ribaltabile e scomodissimo, ho già rischiato di venirne risucchiata e se tutti fossero fuori, chi mi salverebbe?
No, ho deciso, quest’anno forse se riesco a portarla al mare l’affogo. Lo voglio gridare: sto per “uscire” con Matteo, una madonna di bestia che vuole tenermi fuori una sera un po’ di più, se ci riesce, perchè, me lo ha detto: vuole baciarmi e sta “profuga” tra le balle non ce la voglio. Non ce la voglio. Mamma, non ce la voglio.
Avete capito che 40 giorni sono lunghi da passare, e l’unico vantaggio (e che vantaggio…) in spiaggia, avevamo più ragazzi attorno che al baretto quando c’era la finale di calcio sul satellite. Partite a King, penitenze, leccate multiple sui coni gelato, sempre dove aveva passato la lingua “lei”, e io che continuavo ad offrire il mio in giro, Matteo non si vedeva più e a volte non si vedeva nemmeno “lei”, poi comparivano uno da destra e l’altra da sinistra, fortunatamente non insieme ci avrei patito tanto!
Mamma piange, come se le avessero trifolato il criceto, papà non prende mai le ferie in questo periodo, o forse non gliele danno, fatto sta che lui sta “soviet” non la vede se non quando mangia (quanto mangia), quando arriva e quando parte, giusto per i “vicini”.
Mamma piange, le tiene la borsa piena di “mie magliette, miei gins, mie scarpe”, mie un mucchio di cose che a lei non entreranno mai: “Tanja, bambina mia questa è tutta per Sonja, eh, tua sorellina, mi raccomando poi verrà anche lei l’altr’anno? vero? dillo ai tuoi genitori che noi vi vogliamo con noi, vero Lory? eh Lory, avrai due amiche, dai un bacino a Tanja, vi siete divertite?” praticamente le ho sfiorato la guancia e lei ha borbottato qualcosa in quella cavolo di lingua, sono sicura che mi a mandato a quel paese.
(breve racconto scaturito dallo skazzo generale, forse un ramo sfuggito della “maiala” )
Mia cugina Stefania (storia di vita… vissuta)
Pubblicato da Sandro
Quando l’ho sentita ridere avevo sì e no tredici o quattordici anni ed ero in libera uscita dal collegio per un sabato e domenica dagli zii.
Ero sempre imbarazzato quando stavo dagli zii (non startene lì come “in affitto” mi diceva la zia avvicinandosi senza mai abbracciarmi: vai giù al torrente, nel laghetto a fare due tuffi…) perché ero un nipote poco nipote e tutta l’affettuosità degli zii si manifestava, invitandomi in campagna ogni tanto, tanto da togliersi il prezzemolo dal dente alle feste comandate.
Era una risata di ragazza, Stefania, mia cugina. Un po’ grassa, non troppo.
Dal fondo del torrente veniva su una brezza lieve, calda, e lei smetteva di saltare, mi guardava, mentre io a pancia sotto nascondevo il mio imbarazzo (era capitato che una volta, accompagnata in dispensa, a casa sua, salimmo e ci sedemmo sui pioli di una scala da imbianchino, tirò fuori una rivista con delle ragazze vestite solo di biancheria intima, pensate, degli anni sessanta! e mi diceva che presto avrebbe indossato anche lei il “reggipetto” proprio così: perché il suo si poteva definire “petto” più che seno) e sorridendo prendeva due lembi della gonna pieghettata e sventolandoli per farsi vento mostrava l’inimmaginabile biancore contaminato da una bruna ombra tra le cosce. E rideva: “Non hai caldo? io non ne posso più. Andiamo in cantina, dai che lì c’è fresco, dai!”
E, quasi di corsa mi condusse nel fondo, fresco, tra bottiglie di vino, legna, e cassette c’era un angolino con una finestrella piccola da dove entrava un’inspiegabile aria freschissima. “E’ bello qua vero? io ci vengo spesso, sola, senti che piacere che fa?”
Senza premettere un avvertimento né un sorriso, mi prese la mano sinistra e passandola sotto la maglietta, se l’appoggiò a uno dei seni. Pietrificato, restai con la mano a coppa a sentire il capezzolo tra il medio e l’indice. Mi prese anche l’altra e fece altrettanto, seduta a gambe larghe, con l’aria dalla finestrella che la baciava alzò il mento e mi strinse a lei, borbottando, non so che.
Immediatamente un piccolo dolore mi prese tra le gambe, come la sensazione che tra le vene, tra i muscoli dell’inguine scorresse sangue gelato, e la punta cominciò a scontrare i calzoni corti, e dolorosamente, si fece strada uscendo verso il basso, rigido e secco. Una sua mano immediatamente lo afferra e tira e spinge indietro verso la gamba e un dolore intensissimo (ma non urlai, strinsi solo le labbra con un verso di risucchio) come se m’avesse strappato la pelle, e continuò sempre più velocemente a tirarlo e mollarlo ritmando con l’ansito, senza parole, e io sempre più attaccato al suo seno stringevo forte e in punta di piedi con tutti i muscoli delle gambe tesi, sentii un ronzio dentro e un fiume turbinoso attraversarmi dai piedi alla testa e un “ah!” solo mi accompagnò mentre le cadevo addosso, senza più gambe.
“Ehi, c’è di meglio là fuori?”
Pubblicato da Sandro
A volte ho voglia di dare, ma sono convinto ci sia qualcosa di meglio là fuori.
Cioè, ci deve essere … giusto? (passthecigar)
Insomma, sono anni che state con una (un/una) ciofeca e la vostra innata indolenza e pigrizia non prendono il sopravvento sul divano smollettato e lercio dove vi accoppiate – vostro malgrado – il venerdì verso cena e il mercoledì mattina prima di alzarti mentre lui si ebisisce in una erecto mirabilis invece di liberarvene definitivamente, visto che basta incoraggiarla ad attraversare un qualsiasi incrocio dopo le tre, tre e un quarto e darvi un’occhiata intorno: “ehi, c’è di meglio là fuori”?
Malinconici rimpianti
Pubblicato da Sandro
Voglio rispondermi a un quesito che mi sto ponendo da qualche tempo: qual è il motivo che rende insoddisfacente, nonostante l’età marchi limiti precisi, la mia “tranquilla” vita quotidiana?
Il rimpianto, il bilancio dei “se”, il chiedermi se tutto è segnato o seppure basti svoltare un angolo, non fermarmi in quel negozio, non prendere quel tram… non voltarmi a guardare compiaciuto chi ci ha sorriso e destinarle le mie mascoline attenzioni puntando la mia virile antenna e mormorando frasi che avevano tutt’altra intenzione, che concretizzarsi poi in quell’assordante “sì” che ti relega col tempo a secondario ruolo, perdendo tutti quei poteri che la natura ci ha fornito: fare innamorare, somigliare a un Minotauro prestazionale, padrone della situazione e adorato da una sottomessa presenza con tante di quelle curve da ubriacarci dei suoi richiami.
E invece mi trovo a pensare ad amori di manciate di lustri fa, e desiderare ora, che non fossero mai finiti, ancorché cominciati, chiedersi quale sarebbe stato il destino mio, se fosse perdurato l’innamoramento e il desiderio felino appagato dalla sua dedizione a me. A chiedermi a denti stretti: “ma chi me lo ha fatto fare” e come sarebbe stata la mia vita adesso, con … o con … che la mancanza di quel “sano egoismo” non ha trasformato in quel “liberi di volare” e invece ora son qui a rispettare un “contratto” che è rimasto solo un foglio municipale e benedetto che non ti dà più niente.
Questa lunga introduzione, dicevo, è per chiedere e richiedere al cielo, ancora, chi rinfocoli il fuoco dei desideri vergognosi, delle brame di sfiorare ogni suo angolo e bere tutto di sé, entrambi dediti soggetto-oggetto al piacere.
Difficilmente verrò esaudito. La tastiera e il monitor non avvicinano, anzi rendeno più sterile e stupida ogni pretesa di indagine che si tramuta in fantasticherie, promesse ed eccitazioni. Almeno il telefono è più sincero e distingue con il tono la conversazione.
Questo rotolarmi nella tristezza di “cose perdute” è il malinconico messaggio che rivolgo a “lei”, che sa.
Insonnia (estiva), d’amore
Pubblicato da Sandro
Luglio tra il cinque e il sei,
prima ancora della “lontananza”,
tre e venti.
La sveglia suona.
Sonnacchioso e indolente la copro soffocandola.
Guardo il termos sul comodino, pieno di caffè,
L’afferro, l’apro e ne ingollo una sorsata a canna.
Mormorando parole incomprensibili
apro le imposte, spalanco al buio stellato,
mi stiro le braccia aperte accompagnandomi con un sonoro sbadiglio.
Sigarettina mild.
Un’altra sorsata a canna di caffè.
Me ne vado in bagno, mi sciacquo rumorosamente il viso, scatarro nel lavandino,
lascio scivolare i boxer a terra
e piscio pesantemente nella tazza guardando il cassettone della tapparella.
Allo specchio mi schiaffeggio le guance e nitrisco.
Ancora in camera, sono le tre e quarantacinque.
Afferro il cellulare, una chiamatina rapida tasto 1:
“Pronto Mi?
Anche tu non dormi?
Sì lo so. Mi dispiace averti svegliata.
Ho capito, sì, certo. Non riuscivo a dormire. Sai?
Ho pensato a te, sinora. Amore.
Volevo sentire la tua voce.
Solo un minuto.
Ok. Va bene. Ti richiamo domani. Buonanotte. Sì, certo amore”.
Sms. Scrivi. Bacio. Ti penso. :-*
Invia. Eseguito.
Alex
La specialità della casa (Stanley Ellin) …e altre storie del mistero.
Pubblicato da Sandro
La specialità della casa (Stanley Ellin) …e altre storie del mistero.
“E questo – disse Laffler – è Sbirro”. Costain vide una facciata rettangolare di pietra scura identica alle altre che si stendevano su ciascun lato, nell’umida oscurità della strada deserta. Dalle finestre inferriate dello scantinato ai suoi piedi, un barlume di luce filtrava attraverso pesanti cortine.
“Mio Dio”, osservò “che orribile buco!”.
“Mettetevi in testa – disse Laffler seccamente – che Sbirro è un ristorante senza pretese. Costretto a vivere in quest’epoca tetra e nevrastenica, ha rifiutato ogni compromesso. E’ forse l’ultimo importante locale di questa città illuminato a gas. Qui troverete lo stesso onesto mobilio, lo stesso magnifico servizio di Sheffield e forse, nell’angolo più nascosto, le stesse ragnatele osservate dai clienti di mezzo secolo fa”.
“Strana raccomandazione” disse Costain “e non molto igienica”.
“Entrando – proseguì Laffler – vi lasciate dietro le spalle la follia dell’anno, del giorno e dell’ora, e vi sentite per un breve lasso di tempo sollevare lo spirito, non dall’opulenza, ma dalla dignità, che è la qualità che il nostro tempo ha perduto”.
incipit (considerato uno dei più grandi libri di racconti. 1947)
Odio l’estate
Pubblicato da Sandro
Buona giornata mio turbamento e mia rabbia
Buona giornata mia vertiginosa dolcezza e candore lascivo
Buona giornata mia adorata nuda e mansueto felino
e intanto piove, governo ladro e iscritto nel registro degli indagati
Alex
Berlusconi e l’Italia che non è.
Pubblicato da Sandro
Silvio Berlusconi ha concluso il primo anno del suo terzo mandato. Populista come non mai, Berlusconi continua a dimostrarsi tanto capace di governare per se stesso quanto incapace di pensare alla collettività. Esattamente come quando debuttò in politica, quasi 15 anni fa. Con il passare del tempo ha raggiunto l’unico obiettivo che realmente gli interessava: l’immunità giudiziaria. Nel mezzo di una sinistra inesistente, i sondaggi la danno 15 punti dietro i conservatori, il premier italiano mantiene ad oggi l’appoggio popolare, esercita un controllo ferreo sui media, fa promesse che non rispetterà, e quando lo ritiene opportuno si allea con la Chiesa. Nel complesso, si presenta come una specie di politico fortunatamente dimenticata nell’Europa democratica.
[…]
A 72 anni, la fragile relazione del Cavaliere con l’aspirante soubrette Noemi Letizia gli è costata il divorzio ed ha rivelato un clima decadente da basso impero, che persino la Chiesa comincia a criticare. Lo scandalo ha assunto una dimensione politica tale da mettere il leader italiano sulla difensiva. Accusando l’opposizione di strumentalizzare la situazione in concomitanza con le elezioni europee del prossimo mese ed il G8 di luglio, ha annunciato di voler comparire in Parlamento per difendere il proprio nome, senza però precisare quando. Berlusconi, sprezzante delle regole del gioco democratico, ha mentito ripetutamente a proposito della sua relazione con Noemi e si rifiuta di rispondere alle domande elementari che il quotidiano La Repubblica gli ha posto al riguardo. Tutto ciò fa pensare che l’Italia abbia davanti a se 4 (quattro) anni di barzellette e di scarsa credibilità.
L’Italia solidarmente si è mobilitata
Pubblicato da Sandro
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Quanto pesano le parole?
Pubblicato da Sandro
Non passa un momento, quando mi trovo a parlare con amici, sul lavoro, nelle sale d’attesa, in metrò, per acquisti che qualcuno, tira fuori dalla borsa, dalla tasca: la “pesaparole”.
Quanto vale una verità, pochi grammi, un’offesa, a volte ci vorrebbe una “stadera” o una “pesa da dogana”, per quantificarla e, se volessi fare un complimento galante che parola devo dire?
E che prezzo mi costa. Se mi sento offeso mi sommerge l’ombra imponente della “giustizia” con i suoi piatti traboccanti di migliaia di parole senza significato, ma di piombo.
Vestiti di mantelli fino a terra incontro sempre più spesso i “misuratori di parole”, estraggono nel bel mezzo di una discussione uno scintillante metro, argenteo, con tutte le tacche che corrispondono ad un costo: il misuratore slancia il mantello sulla spalla ed estrae il libro mastro dei costi, e conteggia parola per parola.
La parola è vita, se ne sentono sempre meno di adeguate, affabili, intelligenti, sorridenti o per far ridere, mentre nei talk-show si abusa per regola del verbo Amare e di sesso, posizioni, come e quando la prima volta.
Ho visto la Cooperativa Portabagagli Ferroviaria stipare balle di “quantunque”, “la posizione assunta” “mi volevo riferire”, “incidente probatorio”, “informato sui fatti”. Container di “strupri, pedofilia, violenze, omicidi, gola squarciata, terrorismo, seriale e integralismo”.
Ed ogni parola ha un peso: quanto dobbiamo sopportare questo sacco sulle spalle e guardare con sospetto le piccole ceste di vimini piene di poesia, letteratura, musica, arte, bellezza e concerti … così leggére, come il nostro spirito, soggetto sempre pericolosamente in bilico sulla bilancia del pensiero.
Insomma, ieri ho parlato e letto da solo tutto il giorno, in bagno, per non spendere niente, per non essere pesato ne misurato.
Stamattina, a letto, ho guardato mia moglie per mezz’ora aspettando, in silenzio, il suo risveglio, poi quando mi ha fissato, stranita, le ho detto sussurrandolo circospetto e rapido, sottovoce: “Ti amo”.
Ebbene, arrossendo un poco per disabitudine, non ce l’ha fatta a deglutirla in silenzio.
“Siii? Mi ami? Ma ‘quanto’ mi ami, quanto!”.

Scrittura: esercizio di memoria
Pubblicato da Sandro
Non l’avevo mai dimenticata. La casa bianca col tetto e le finestre scure.
Vicino alla città, che raggiungevo dopo aver imboccato e percorso una mezza maratona di autostrada, quattordici curve e tornanti ripidi. E poi eccola in uno spiazzo erboso percorso da un vialetto ghiaioso.
Dietro un vetro, come un grande occhio e una pupilla gialla, il riflesso delle candele su una tavola già apparecchiata spandeva attorno un tenue invito.
Come è bella e come è bizzarra nella sua tunica color lino grezzo impreziosita da perline ambrate tutt’attorno alla piccola scollatura.
I suoi occhi perennemente malinconici e senza nessun segreto mi fissavano, e ci fissavamo, fermi e senza parole.
Erano cene lunghe, silenziose. Le nostre parole si infrangevano contro un’imbarazzo controllato e superabile.
Eravamo stati amanti tre anni.
I nostri brandelli di cuore pendevano dal soffitto dei ricordi a stagionare.
Quella sera il ceppo nel camino sibilava, cantava e non si esauriva mai.
Si era rannicchiata in un angolo del divano rosso. Fuori azzurro notte, freddo. Dentro palpebre vuote.
Quando, indolente la vedevo contorcersi attorno a me, cercava una armoniosa musica come frange di un macramé mosse dal vento.
In quell’angolo di divano si è fatta grande.
Riaprendo gli occhi in fiamme che, come torce, palpitano e i brividi svaniscono.
Il suo profumo gira ancora intorno ai miei sensi.
Non l’avevo dimenticata quella casa.
Il boschetto mostra sempre le sue membra secche. Spoglie.
Ora sono rannicchiato in quell’angolo. Il tormento della sua mancanza, mi cala addosso.
La notte va al riposo, e il giorno è ancora lontano.
foto©Aleyakke
Lusso? c’è chi lo vede così.
Pubblicato da Sandro
da Maninafutura
Ho una concezione del lusso che forse fa inorridire. Lusso non è avere parcheggiate in garage diverse automobili sportive, andare a dormire in hotel a cinque stelle, vivere in una villa principesca, possedere barche, case, gioielli, amanti, ghiaccioli e gelati. Lusso è poter decidere in qualunque momento di abbandonare il lavoro e quello che si sta facendo, preparare i panini, le bibite colorate e fare una gita al mare. Lusso è poter andare a lavorare a piedi in cinque minuti, senza essere costretti a trascorrere un’ora in macchina fermi in coda ad aspettare. Lusso è parlare con gli amici davanti a un bicchiere di vino, senza orologio e senza fretta, ridere insieme e sentirsi leggeri. Lusso è fare amore quando se ne ha voglia, ricevere abbracci e carezze non richieste, ma desiderate. Lusso è fermarsi ad osservare la luce che attraversa la finestra e anima gli oggetti, è avere tempo da dedicare a se stessi e agli altri, anche nelle cose più piccole. Non siamo ciò che possediamo, ma ciò che siamo capaci di offrire a noi e a gli altri.
Visto il Flick di ABS, dovevo pur rappresentare una foto di famiglia
con sospetto. Susy & Marietto.






